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Quando la realtà supera l’immaginazione, quello che vedete potrebbe essere l'olio d'oliva più antico mai ritrovato: è in una bottiglia di vetro conservata nei depositi del Museo archeologico nazionale di Napoli con olio solidificato e proviene da una delle città vesuviane sepolte dall'eruzione del 79 d.C.
E' stato Alberto Angela, accanto a Paolo Giulierini, direttore del MANN, a mostrare il reperto che ha 'scoperto' lavorando nei depositi del museo. Una sorpresa mostrata nel corso della presentazione di "Stanotte a Pompei".
All'apogeo della civiltà romana l'olivicoltura era una delle branche più sviluppate dell'agricoltura. Per spremere le olive erano utilizzati dei contenitori di pietra, sui quali i frutti deposti venivano pestati con mazze, bastoni o appositi utensili.
Con questo omaggio dal passato accogliamo l’inizio della raccolta delle olive della nostra terra.
I "negotiatores oleari", riuniti in collegi di importatori, erano i soli commercianti abilitati a trattare l'"oro verde" Le contrattazioni delle partite avvenivano nella "arca olearia", una vera e propria borsa specializzata.
Gli autori latini che trattano l'agricoltura sono prodighi di consigli su come produrre l'olio. Nulla è lascito al caso: dalle varietà più adatte alla potatura, ai sistemi di raccolta, fino alle tecniche di frangitura.
Plinio e Columella, per citare solo alcune fonti, censiscono dieci varietà diverse di olivi, e l'olio viene classificato in cinque categorie:
-"Ex albis ulivis" l'olio più pregiato ottenuto da olive verde chiaro;
-"Viride" generato da frutti che stanno annerendosi;
-"Maturum" frutto di olive mature;
-"Caducum" prodotto da frutti raccolti per terra;
-"Cibarium" spremuto da olive bacate e destinato agli schiavi.